Contro il carcere

 


 

CASA CIRCONDARLE di MILANO “SAN VITTORE”

STORIA E STRUTTURA DEL CARCERE
Progettato e costruito nella seconda metà dell’Ottocento e inaugurato nel 1879, il carcere di San Vittore sorge in una zona centrale della città e presenta molti problemi legati alla fatiscenza e all’inadeguatezza delle strutture. Periodicamente si discute l’opportunità di hiudere San Vittore e di trasferire la casa circondariale in un’altra zona di Milano. Per questa ragione, negli ultimi anni erano stati interrotti i lavori di ristrutturazione che dovevano interessare a turno tutti i sei raggi detentivi del carcere. Tuttavia, il Piano di governo del territorio del 2012, varato dalla giunta Pisapia, ha definitivamente sancito
che la casa circondariale di San Vittore non sarà trasferita. Nel settembre 2012 San Vittore ospitava 1.595 uomini (di cui 975 stranieri, pari al 61%) e 110 donne (di cui 61 straniere, pari al 55%, e 8 mamme con bambini recluse all’Icam, la struttura distaccata a custodia attenuata per detenute madri). In totale 1697 prigionieri a fronte di una capienza regolamentare di 712 persone. Tra gli uomini 643 sono in attesa di
giudizio, 382 appellanti, 220 ricorrenti e 350 definitivi; tra le donne 41 in attesa di giudizio, 29 appellanti, 3 ricorrenti e 37 definitive. In totale la quota di detenuti in attesa di giudizio è del 78% al maschile e del 66% al femminile.
Le condizioni di vivibilità risultano estremamente variabili da raggio a raggio. Infatti, esiste una sorta di circuito ‘selezionato’, ubicato nelle sezioni recentemente ristrutturate  (in particolare al III raggio), che coinvolge ad esempio i detenuti tossicodipendenti già in carico al Ser.T. da prima della detenzione; in queste sezioni la condizione generale di vivibilità è buona per l’utilizzo e la logistica degli spazi, per le condizioni igienico-sanitarie e per la presenza di attività specifiche. Al contrario, il circuito ‘ordinario’ versa in condizioni di estrema precarietà, sovraffollamento, scarsezza igienico-sanitaria e di scarso impiego del tempo detentivo. Solo nel VI raggio sono reclusi ben 547 dei 1595 dei detenuti di sesso maschile; questo raggio ospita da solo un numero di detenuti paragonabile a quello totale di CC di
provincia come quella di Brescia, Como o Pavia. Il sovraffollamento è aggravato dalla chiusura di due dei sei raggi: infatti il II è stato evacuato nel 2006 per rischio crollo, mentre il IV è chiuso in attesa di ristrutturazione. Anche gli orari di apertura delle celle si distinguono per raggio, passando dall’apertura dalle 8.00 alle 21.00 del III reparto alla chiusura totale del V e del VI (con unica possibilità di uscire dalla cella solo per le ore d’aria).
Particolarmente drammatiche risultano le condizioni riservate ai detenuti nuovi giunti: per tutti coloro per cui si ritiene necessaria l’effettuazione di esami clinici prima dell’assegnazione ai raggi (in particolare screening TBC attraverso esami radiologici), di prassi per i detenuti stranieri, l’attesa degli esami (che, per chi entra al pomeriggio, dura fino alla mattina successiva e al lunedì mattina per chi viene arrestato nel fine settimana) avviene in un paio di celle poste all’ingresso del V raggio che raggiungono condizioni disovraffollamento e di precarietà estreme.
San Vittore ha una struttura a raggi, per la precisione sei, che confluiscono in un’unica “rotonda”. Di questi sei, solo quattro raggi sono attualmente in uso. In tutti i raggi al primo piano si trovano i diversi uffici e l’infermeria, mentre ai piani superiori si trovano le celle.
Al di fuori di questa struttura esagonale sono collocati gli uffici, le sale colloqui, la caserma per gli agenti e la sezione femminile.

I raggio.

Ai piani superiori, nella vecchia sezione penale, sono reclusi oggi i giovani adulti di età compresa fra i 18 e i 25 anni. Qui le celle ospitano sei detenuti e non ci sono docce in cella, ma solo quattro docce per piano, tuttavia le celle sono aperte quasi tutto il giorno. Il primo piano, invece, ospita diversi uffici amministrativi del carcere e funge da corridoio che collega i raggi con la sala colloqui, la sala si comando e la sala avvocati e magistrati. Lateralmente si accede al Centro clinico (detto anche VII raggio), in cui si trovano mediamente 130 pazienti-detenuti: al primo piano si trova il Conp, area di
osservazione e trattamento psichiatrico con otto celle da due posti ciascuna, gli altri piani
funzionano come un piccolo ospedale.
III raggio.

Ristrutturato a norma di regolamento (servizi interni con docce, angolo cucina separato, spazi per le attività) e non sovraffollato, ospita sui vari piani detenuti lavoranti e tossicodipendenti già in carico al Ser.T. I cortili dove i detenuti fanno le ore d’aria sono più ampi rispetto agli altri raggi e c’è anche un campo da calcio sintetico. Al primo piano si trovano gli uffici e i diversi spazi destinati alle attività (biblioteca, scuola interna) e alcune celle. Al quarto piano si trova “La Nave”, un progetto sperimentale di Asl Città di Milano per detenuti tossicodipendenti a trattamento avanzato. Per i detenuti comuni, è considerato un approdo privilegiato; è qui che vengono convogliati anche i cosiddetti
“detenuti eccellenti” (politici o personaggi famosi) al loro arrivo a San Vittore. Qui ci sono
tre detenuti per cella e le celle sono aperte tutto il giorno.

V raggio.

Riservato a detenuti comuni, è stato recentemente sottoposto a lavori di ammodernamento e ristrutturazione ordinaria e quindi offre condizioni di igiene e vivibilità migliori del VI. Al primo piano ci sono i vari uffici, infermeria e biblioteca; qui ci sono anche alcune celle dette “a medio e ad alto rischio” dove un tempo erano reclusi i detenuti pericolosi per questioni disciplinari o a rischio di suicidio, oggi hanno in parte perso questa funzione e vengono utilizzate anche per i detenuti comuni. Ci sono anche
due celle in cui vengono messi i detenuti appena arrivati in attesa di essere sistemati. Le altre celle sono distribuite sugli altri tre piani: c’è la doccia in ogni cella, le celle ospitano sei a volte anche otto detenuti, gli spazi per l’aria sono pioù ampi rispetto al sesto raggio.

VI raggio.

Da anni non oggetto di lavori, è attualmente il raggio che versa in condizioni peggiori sia per il sovraffollamento (un terzo dei detenuti totali dell’istituto è attualmente stipato in questo raggio) che per le pessime condizioni igieniche. Al primo piano, oltre ai soliti uffici, ci sono 22 celle che ospitano 120 persone (6 per cella): 9 celle sono per detenuti comuni e 13 per detenuti sottoposti ad alta sicurezza (lato B), dove tuttavia a causa del sovraffollamento vengono rinchiusi anche i detenuti comuni. Al secondo piano ci sono 100 persone, in questo piano vengono sistemati i trans, gli sbirri e i detenuti “protetti”. Nel terzo piano ci sono 160 detenuti in 26 celle, 2 celloni da 9 persone ognuna e 24 cellini con 6 persone. Al quarto piano sono rinchiuse 155 persone in 21 celle, 6 celloni da 9 persone e 15 cellini con 6 persone. Quindi il sesto raggio ha un totale di circa 535 detenuti. Non ci sono docce nelle celle, ma quattro docce per piano.

IL PERSONALE CARCERARIO

Polizia Penitenziaria
In base alle informazioni fornite dalla Direzione a settembre 2011, l’organico in servizio era di 990 agenti così distribuiti: 227 nei reparti; 102 ai “servizi vari” (cancelli, portineria,…); 203 negli uffici; 35 distaccati presso Icam e Ospedale San Paolo; 107 distaccati in uffici esterni (uff. giudiziari, Uepe,…). La carenza d’organico è di 351 agenti. Le guardie fanno delle provocazioni la loro “arma” migliore. Quano falliscono i loro tentativi di imporre la loro misera autorità, agiscono in branco picchiando in forze i detenuti “ribelli”; capita anche che per ripicca perquisiscano una cella distruggendo tutto quell’ambiente che il detenuto si era creato. Possono anche dividere i detenuti di una cella quando vedono che si è venuto a creare un rapporto di solidarietà. Quando si infrange la “legge” in carcere o meglio quando non si subisce, le guardie possono farti un rapporto disciplinare che verrà valutato dal “consiglio disciplinare” che deciderà se punire o no il detenuto. Dal momento in cui c’è sovraffollamento e le celle che erano destinate alle punizioni vengono utilizzate dagli altri detenuti, spostano il detenuto “indisciplinato” in
celle scomode, ad esempio i mussulmani vengono messi con i cristiani, i fumatori con i non fumatori e viceversa. Ogni due settimane i secondini effettuano una perquisizione nelle celle senza preavviso, può capitare che avvenga anche alle tre di notte. Personale medico-sanitario Gli psichiatri, gli psicologi, le infermiere e i dottori svolgono un ruolo per niente secondario a San Vittore. Gli psichiatri e gli psicologi sono tenuti a controllare e suggerire medicine e terapie varie a quelli che secondo la loro “scienza” sono considerati “malati mentali”. Di solito sono quei detenuti dichiarati “irrecuperabili” e “indisciplinati” ad essere in contatto permanente con loro. Più che aiutare i detenuti, il loro lavoro è quello di aiutare il carcere a neutralizzare le menti eversive. Nella sezione per “malati mentali”, la psichiatria mette in pratica la sua scienza: se i sedativi non bastano, ci sono le corde per legare i “pazzi” al letto anche per giorni. Il personale medico sembra un corpo militare, è difficile ricevere attenzione medica, bisogna stare proprio male. Nelle infermierie non ci sono mai i medicinali giusti e necessari per ogni malessere, quasi sempre le visite si concludono con la consegna al detenuto di una tachipirina, qualunque sia la malattia. Tre
volte al giorno le infermiere distribuiscono terapie e medicine, non si preoccupano della salute dei detenuti. La terapia in generale serve per poter dormire o per cambiare l’umore.Educatori e assistenti volontari Gli educatori sono quelle figure che valutano se un detenuto ha “diritto” a svolgere attività
formativa o scolastica. Per riuscire a parlare con l’educatrice bisogna fare una “domandina” e aspettare di essere chiamati.
L’assistente volontario è colui che per volontà propria cerca di aiutare e orientare: spiega al detenuto i suoi “diritti” e doveri, può chiamare i famigliari del detenuto per recapitare dei messaggi, fornisce anche francobolli, buste, sigarette e giornali.

Cappellani
Sono forse una delle figure più antiche delle carceri. Celebrano la messa che si tiene ogni domenica alle 8:30 al centro del carcere, in modo che sia visibile da tutti i raggi.

SOPRAVVIVENZA IN CARCERE

Ricreazione
A San Vittore ci sono solo due momenti di ricreazione: uno la mattina dalle 9:00 alle 10:00 e uno il pomeriggio dalle 13:00 alle 15:00; ciò vuol dire che i prigionieri trascorrono chiusi in cella 21 ore su 24. Chi non ha la doccia in cella deve sacrificare un0ora d’aria per fare la doccia, che si fa un giorno alle 9:00 e un giorno alle 13:00, tranne la domenica che è chiusa. Chi è in isolamento o sottoposto ad alta sicurezza fa l’aria in celle predisposte in cortile.
Il lavoro
I detenuti coinvolti quotidianamente nelle mansioni domestiche sono circa 250-300.
Poche ormai le persone detenute impegnate in lavorazioni esterne, prevalentemente al
femminile.
Presupposto che il lavoro è considerato un premio, i detenuti hanno la possibilità di tre mesi, poi può capitare che il contratto venga rinnovato di altri tre mesi.
Ci sono i lavoratori di piano, che puliscono e distribuiscono il vitto dato dal carcere; lo registra la spesa che ogni prigioniero richiede e nei giorni fissati la distribuisce piano.
Ci sono poi altri lavori come il barbiere, il bibliotecario, il portapacchi.
Lo stipendi per 12 ore di lavoro 6 giorni alla settimana è, escluse le trattenute, di 250 circa.
Lavorare permette di essere fuori dalla cella tutto il giorno ed è l’unico modo per avere soldi per i detenuti senza amici o familiari che possano aiutarli economicamente.
La spesa
I pasti forniti dal carcere sono distribuiti alle 11:00 e alle 18:00.
Inoltre, si possono fare due spese alla settimana e la spesa costituisce l’affare più grosso del carcere. A San Vittore ci sono circa 250 celle e ogni cella spende mediamente 40 euro a spesa; ciò significa che il carcere incassa 20.000 euro alla settimana dalle spesedei prigionieri.La consegna della spesa avviene irregolarmente: consegnano tutto ma quando e come decidono  loro.
I colloqui
Ogni detenuto ha diritto a 6 ore di colloquio al mese . A seconda della lettera iniziale del cognome, i colloqui sono distribuiti dal martedì al sabato dalle 8:00 alle 15:00. A fine i detenuti possono ricevere un pacco precedentemente consegnato dai familiari un massimo totale di 20 kg al mese.
La posta
I secondini consegnano la posta tutti i giorni tranne la domenica tra le 17:00 e le 23:00.
Lo scrivano passa ogni mattina a raccogliere le varie lettere o “domandine” dalle celle.

LETTERE DA SAN VITTORE
Uno che c’era, che c’è racconta
Il mio primo ingresso a San Vittore risale al 74, che esperienza! Per uno che entra la prima volta in galera e non poter aver vicino nessun familiare è davvero traumatico. Nel tuo piccolo cerchi di raccogliere ogni parola o gesto dei cosiddetti grandi già esperti che possono servirti fuori; il carcere è anche una scuola di vita o un’università per chi vuole delinquere.
La mia prima esperienza fu dopo pochi mesi che ero lì: scoppiò la rivolta. Il perché si faceva e come si svolgeva è presto detto: ci si passava la parola e dopo pochi giorni tutti ne erano al corrente e così la mattina, quando aprivano le celle per l’ora d’aria, si aggrediva la guardia che aveva le chiavi e si aprivano tutte le celle. Oggi sarebbe impossibile con le misure di sicurezza che ci sono. Le rivolte in quegli anni scoppiavano per svariati motivi, ma ognuno era buono per scatenare tutta la rabbia che avevi dentro.
La rivolta è anche buona per regolare i conti con i tuoi nemici. Si diventa padroni del carcere e chi non vuole partecipare vi è costretto con la forza o le minacce. Le rivolte durano due o tre giorni. Si sale sui tetti e si urla fuori a chi ti ascolta i soprusi a cui siamo sottoposti e i diritti negati. Col tempo ho capito che le rivolte possono anche essere guidate dall’alto per fare in modo che il carcere si svuoti.
Ho assistito a molte violenze, ma dovete capire che è difficile parlarne per la mia incolumità e per la sicurezza di altre persone. Ho visto sangue scorrere, ma non voglio parlarne. Succede che dopo un paio di giorni dall’alto decidono che deve tornare la calma e allora all’epoca entravano i celerini in assetto antisommossa e tutto si concludeva in una giornata. Il bello veniva dopo, perché erano pestaggi a tutto andare per chi aveva partecipato. Di notte venivano a prenderti e succedeva che in pigiama e ciabatte ti ritrovavi in qualche isola come Pianosa o Asinara, in cui spesso ho soggiornato. Se non eri qualcuno con un po’ di carattere era facile lasciarti andare e la galera non è fatta per i deboli.

Dalla sezione femminile
La sezione femminile di San Vittore, dove in media sono rinchiuse 120-150 persone, è principalmente popolata da donne provenienti da altri paesi e da tossicodipendenti.
Donne che pagano con l’internamento in carcere la propria emancipazione e la propria condizione di vita portata avanti in un modello essenzialmente patriarcale.
Molte di esse sono in carcere per piccoli reati legati alla mera sopravvivenza: furti nei supermercati, traffico di modeste quantità di sostanze stupefacenti, inosservanza della famigerata legge sull’immigrazione (Bossi-Fini).
Il regime carcerario è improntato sull’Alta Sorveglianza (AS), una misura che l’ordinamento applica con l’obiettivo di contenere il più possibile l’eventualità di suicidi –
l’autolesionismo spesso raggiunge questa dimensione – ma che in pratica pone
parecchie restrizioni alle prigioniere.
Al primo piano (giudiziario) vengono rinchiuse le tossicodipendenti ed è il piano in cui vige l’AS, il quale essenzialmente consiste nel: ritiro del fornellino (acquistato da ciascuna) dopo il pranzo e la cena; sono proibiti l’uso di una serie di oggetti personali che possono “rappresentare un pericolo”. Persino il lievito perché viene supposto che possa essere utilizzato per la produzione di alcool. In tutti i piani è proibito l’acquisto di vino e birra. Questo avviene mentre il carcere inonda la sezione di psicofarmaci.
L’aspetto rilevante di queste misure è rappresentato delle guardie per quel che riguarda la vita dentro le celle. Ogni alterazione del tono della voce delle prigioniere, pure se determinato da momenti di euforia e di allegra convivenza, diventa motivo di intervento da parte delle guardie, le quali, in nome della prevenzione di suicidi o di “atti vandalici” giustificano un costante controllo del comportamento delle prigioniere, che va ben oltre il contenimento dei fenomeni autolesionisti.
Ma l’aspetto più doloroso della carcerazione delle donne è costituito, se è madre, dalla separazione dai propri figli al compimento del terzo anno di età e, quando il bambino ha un’età inferiore a tre anni, dal dramma di dover scegliere tra l’affidamento del piccolo a strutture esterne e tenerlo con sé in carcere.
Il “nido” è la sezione in cui sono rinchiuse le madri con i loro figli; in media vi sono rinchiuse 7-8 prigioniere madri con i loro bambini. Il “nido” è considerato un fiore all’occhiello; al suo interno sono state apportate delle modifiche infrastrutturali, il cui obiettivo è ridurre nei bambini i traumi prodotti dall’impatto della struttura e della quotidianità totalitaria. Le novità architettoniche si sono fermate alla sostituzione delle sbarre con altri aggeggi e con porte blindate. Se sotto l’aspetto logistico questa
innovazione può migliorare la qualità della vita delle mamme e dei fanciulli in carcere, in realtà essa ha la sola funzione di attenuare i sensi di colpa e di alleviare il peso della vergogna negli “addetti ai lavori” e nella società civile, responsabili dell’attuazione di pratiche disumane, le quali non si arenano neppure di fronte all’infanzia. Fanciulli certamente innocenti sono costretti a subire sin nella più tenera età la criminalizzazione di una società iniqua e forcaiola.
Dentro San Vittore agisce un’associazione “Bambini senza sbarre” in cui scopo consiste nel dare il sostegno alle prigioniere e ai bambini del “nido”. La principale attività svolta da questa associazione consiste nell’organizzare con scadenza quindicinale incontri tra madri e figli in un ambiente privo di impedimenti fisici, affinchè la condizione coercitiva non interferisca nei rapporti affettivi fino a comprometterli. Sono espedienti che la borghesia benpensante, cattolica e ipocrita pratica per ripulirsi la coscienza dal crimine aberrante che commette sequestrando i bambini nelle carceri.

 


 

 CASA DI RECLUSIONE DI BOLLATE

La Casa di Reclusione di Bollate sorge al confine trai comuni di Milano e Bollate.
Prima della sua costruzione l’aera in cui si trova era una zona agricola adiacente all’autostrada non urbanizzata e priva di servizi.
Successivamente alla sua costruzione, il carcere, è stato reso facilmente accessibile in automobile e, in seguito alle richieste degli operatori, l’ATM ha istituito un servizio di navetta per collegarlo alla rete tramviaria milanese.

Inaguarato il dicembre del 2000, il carcere di Bollate, vede la luce dopo una lunga fase progettuale e costruttiva comprendente anche una ristrutturazione interna svoltasi per adeguare _in parte la struttura al nuovo regolamento penitenziario.
Il carcere di Bollate risulta essere quello con la superfice complessiva più estesa in Europa.
E’composto da diversi edifici: la palazzina destinata alle sezioni detentive normali, una sezione distaccata una caserma-alloggio per gli agenti di polizia penitenziaria, un parcheggio e grandi aree verdi oltre a palazzine per l’alloggio del resto del personale operante.
L’architettura delle strutture segue le linee guida dell’edizia carceraria degli anni 80: stuttura a blocchi, lunghi corridoi, ampia area perimetrale e grande utilizzo di strutture di cemento per quanto riguarda gli arredi.
Sono presenti celle da 1, 2 e 4 posti, i reparti comprendono vaste aree comuni destinate alla socialità tra detenuti, sono forniti di docce ed è disponibile una palestra per reparto.

La casa di reclusione di Bollate, secondo le istituzioni, deve essere un carcere all’avanguardia: il fiore all’occhiello del dicastero con uno stile di carcerazione volto al “recupero” ed alla “rieducazione” del detenuto.
E’ parte di un progetto sperimentale che originariamente prevedeva di ospitare esclusvamente detenuti impegnati in attività lavorative o formative che avessero optato volantariamente per questo tipo di detenzione attraverso la stipulazione di un “contratto” con l’amministrazione penitenziaria.
Tuttavia, nonostante la sua originaria destinazione, per via del costante sovraffolamento della casa circondariale di San Vittore, l’istituto di Bollate ha dovuto iniziare a svolgere anche le funzioni di casa circondariale ospitando molti detenuti provenienti dal primo creando così un “doppio circuito” di dentenzione: da una parte i detenuti in via definitiva che hanno aderito al progetto, dall’altra i detenuti in attesa di giudizio privi della maggior parte delle “condizioni privilegiate” di cui godono i primi.

Il primo ed il terzo reparto sono destinati ai detenuti facenti parte del progetto originario, invece il secondo ed il quarto sono destinati agli sfollamenti di San Vittore.
Sono presenti una sezione distaccata per i detenuti a regime attenuato ed una sezione a celle chiuse utilizzata prevalentemente per l’isolamento disciplinare.
Nel reparto medico-infermieristico viene effetuato anche l’isolamento sanitario

Per tutti i reparti normali l’apertura delle celle è dalle 9 all 19, per quanto riguarda la sezione staccata, oltre a riguardare gli interi piani e è dalle 8 alle 20.
Tutti i detenuti hanno a disposizione tre ore d’aria al giorno (dalle 9 alle 10 e dalle 13 ale 15).
Ogni piano di ciascun reparto è provvisto di uno spazio socialità e di una cucina: in ognuna di queste lavorano 5 detenuti tra cuochi ed inservienti, inoltre, nelle celle, sono disponibili gli angoli cucina.
Sono presenti menù differenziati sia per motivi sanitari che religiosi, non è tuttavia disponibile la carne macellata rtitualmente per i detenuti mussulmani ma sono sempre presenti alternative alla carne di maiale.
Per ogni reparto è presente una commisione per il controllo del vitto ed una per la verifica dei prezzi del sopravitto.
Sono stati presentati reclami riguardanti la qualità del cibo nel vitto e nel sopravitto e la non corrispondenza tra pesi e prezzi.
Per i reparti sono presenti 4 sale colloqui più un area verde.
La sezione staccata dispone di una propria area verde e di una stanza dell’affettività dove il detenuto può incontrare sotto sorveglianza la sua famiglia.
I colloqui si svolgono tutti i giorni della settimana ad esclusione del venerdì e sono organizzati per reparto. Ogni detenuto può svolgere due colloqui per settimana oltre che un pranzo al mese con i familiari. Chi ha figli può svolgerci un colloquio al mese nell’area verde. E’ presente una ludoteca per i colloqui svolti in presenza di bambini.
I colloqui durano un’ora effettiva ma è possbile chiedere di avere due ore nel caso in cui i parenti abitassero lontano.
Chi vuole svolgere un colloquio con un detenuto viene perquisito all’ingresso, gli eventuali pacchi vengono passati ai raggi x ed è vietato portare più di 5kg di cibo per volta.
Ci sono state lamentele riguardanti sia la durata delle attese sia per le eccessive restrizioni sui generi alimentari di cui è consentito l’ingresso in carcere.

Il servizio di guardia sanitaria è presente 24 ore al giorno grazie all’attività di 6 medici più qualche medico di reparto. Le visite mediche sono effettuate anche al’interno dei reparti poichè ognuno di essi ha un’infermeria preposta per lo scopo, alcuni infermieri non sono dipendenti direttamente dall’amministrazione penitenziaria ma sono assunti tramite una convenzione.
La medicina specialistica è garantita da accordi con gli ospedali presenti sul territorio.
I medicinali prescritti vengono consegnati nelle celle a volte con assunzione a vista.
Le patologie maggiormente frequenti sono quelle legate al disagio psichico; sono molto utilizzati psicofarmaci a base di benzodiazepine.
Inizialmente non era prevista la presenza di detenuti tossicodipendenti, cosa che oggi avviene con regolarità, per questo è stato istituito un progetto di sostegno (chiamato “gestire il fuori”) gestito dall’ASL attraverso il quale vengono attivati contatti con le comunità ed i Sert per la costruzione di un percorso che possa portare alla concessione delle misure alternative ed il sostegno per la fuoriuscita.
Non è previsto trattamento a base di metadone per i detenuti tossicodipendenti.
E’ previsto un progetto (ekosalute) volto alla prevenzione delle malattie infettive.

E’ in funzione una biblioteca, gestita su abse voltaria da detenuti e membri dell’associazione Mario Cuminetti: è aperta tre giorni alla settimana (uno per reparto) dalle 14 alle 16, i libri, su richiesta, possono essere prestati per 15 giorni.
Sono disponibili testi in lingua straniera anche se c’è una forte richiesta inevasa.
Viene pubblicato un giornale interno (Cartebollate) la cui redazione è composta da 6-8 detenuti provenienti da tutti i reparti. Ogni detenuto può collaborare inviando i propri articoli.
Frequenti proiezioni cinematografiche.
E’ presente un laboratorio teatrale gestito dall’Associazione Estia che, da dal 2004, è stato attrezzato di uno spazio teatro (TeatroDentro) grazie a finanziamenti esterni.
TeatroDentro, oltre ad ospitare gli spettacoli della compagnie interna, è aperto a quelli di altre compagnie, inoltre può entrare il pubblico esterno al carcere.
Dal 2004 è attivo il progetto De.vi.l.s. (Detenuti vicino alle scuole): i detenuti che vi partecipano parte fanno visite alle scuole come progetto di prevenzione della “devianza”.
Sono presenti uno sportello giuridico ed uno sportello lavoro.
Sono presenti attività sportive, riguardanti prevalentemente tornei di calcio, il carcera ha una propria squadra “nazionale” che partecipa al campionato esterno.
Le attività religiose sono garantite per tutti i culti esistenti e accertati.

Il lavoro interno è gestito a turnazione con quaranta detenuti per ciascun reparto.
Sono in aumento i detenuti che lavorano per appalti esterni.
Le cooperative Nova Specs e Getronics gestiscono lavori di data entry ed informatica di base.
Dal 2004 è stato attivato un call center gestito dalla società WSC.
Sono presenti tre cooperative sociali: una di falegnameria che dispone di un ampio laboratorio, una di ortoflorovivaisti che ha attrezzato lo spazio esterno con vivai ed ampie serre ed una cooperativa di catering.
Dato che è nato con un progetto che ipotizzava un esteso coinvolgimento dei detenuti in attività lavorative, il carcere di Bollate, dispone di ampi spazi per lo svolgimento dei lavori.
Dal 2004 è attivo il progetto Virgilio che vede coinvolti la Regione Lombardia e la Provincia di Milano per un percorso di autorganizzazione dei detenuti in cooperative sociali al fine di poter affidare a queste parte del lavoro interno.

Sono presenti diversi corsi FSE e detenuti iscritti in università.E’ presente la CISCO che ofre corsi di formazione ad alto livello per i detenuti, sono presenti anche corsi per elettricisti, saldocarpentieri, ortoflorovivaisti, falegnami, scenotecnici ed aiuto cuochi.

Sono presenti corsi scolastici di vari livelli, dall’alfabetizzazione alla licenza media, corsi di informatica e di inglese a vari livelli gestiti dal CTP di Limbiate.La formazione superiore è gestita dal ICTS Primo Levi di Limbiate che gestisce anche un corso superiore per il persolae della polizia penitenziari presso l’istituoto scolastico.A causa della percentuale molto alta di abbandono scolastico degli anni precedenti è stato istituito un progetto scuola che prevede un monitoraggio costante della motivazione dei detenuti attraverso colloqui di gruppo ed individuali e l’attivazone di uno sportello scuola per l’orientamento e le sezioni. Attualmente è segnalata una buona presenza scolastica.

Complessivamente la vita al’interno del carcere è piuttosto pacificata.
Ciò è dovuto alle condizioni di vita migliori rispetto che nella maggioranza delle altre carceri sia perchè causa meno stress nei detenuti sia perche è il “privilegio” di stare in un carcere come Bollate rende il detenuto molto più ricattabile in quanto esposto alla minaccia di essere trasferito altrove.

Bisogna tenere conto che il carcere di Bollate, con le sue condizioni più umane di detenzione, viene spesso usato come vetrina di tutto il sistema carcerario; ogni volta che il dibattito pubblico verge sull’inumanita del sistema carcere, qualcuno parla di Bollate per cercar di fare passare il messaggio che esistano carceri buone.
Va anche tenuto conto che il fatto che le condizioni di detenzione all’interno di Bollate siano meno pesanti che altrove è una realtà in continuamente minacciata dal fatto che l’enorme numero di persone che finisce in custodia cautelare minaccia l’equilibrio interno della struttura.
E, sopratutto, la grande ricattabilità dei detenuti che consegue le migliori condizioni di dentenzione con il contratto che viene fatto firmare, crea delle differenziazioni tra di essi, porta a rompere la consepavolezza che indipendentemente dal tipo le galere restano galere ed i carcerieri restano carcerieri.


CASA DI RECLUSIONE DI OPERA

41BIS

Il 41bis è un articolo di una legge sull’ordinamento penitenziario, che introduce un regime carcerario molto severo, detto “carcere duro”. La legge in questione è la cosiddetta Legge Gozzini (l. n. 663, ottobre 1986) che prevedeva questo tipo di detenzione per i prigionieri che partecipavano alle rivolte o per situazioni di tipo emergenziale che si verificavano nelle carceri. A seguito della strage di Capaci (23 maggio 1992) questo articolo di legge viene modificato con un’aggiunta, un secondo comma, che consentiva al Ministero della giustizia di allargare il “carcere duro” ai prigionieri facenti parte dell’organizzazione criminale mafiosa. Questa modifica doveva valere per soli tre anni, ma è stata prorogata una prima volta fino al 31 dicembre 1999, una seconda volta fino al 31 dicembre 2000 ed una terza volta fino al 31 dicembre 2002. Nel 2002 l’applicazione dell’articolo 41bis viene ampliata a coloro che vengono accusati o condannati per terrorismo e eversione. La legge 15 luglio 2009, n. 94 Disposizioni in materia di sicurezza pubblica ha cambiato di nuovo i limiti temporali, tuttora in vigore: il provvedimento può durare quattro anni e sono consentite due proroghe da due anni ciascuna.

Il régime di carcere duro può essere oggi applicato per diversi tipi di reato, tra cui: reati commessi con finalità di terrorismo, associazione a delinquere di tipo mafioso, tratta di persone, induzione alla prostituzione di minori di, violenza sessuale di gruppo, reati legati alla riduzione in schiavitù, sequestro di persona a scopo di rapina o eversione, reati associativi finalizzati al contrabbando di tabacco o al traffico di sostanze stupefacenti.

Ma in cosa si differenzia questo regime carcerario dagli altri? è chiamato carcere duro non a caso, poiché si fonda su una condizione di prigionia caratterizzata dall’isolamento e sulla riduzione al minimo delle occasioni di incontro del prigioniero con altri prigionieri o con i famigliari e gli avvocati: le celle devono essere assolutamente individuali; i colloqui, possibili una sola volta al mese per la durata massima di un’ora, sono videoregistratori e avvengono in una stanza apposita, dotata di vetri che separano il prigioniero da chi si reca in visita; la telefonata mensile di dieci minuti con i famigliari è sostitutiva del colloquio e chi la riceve non può farlo da casa, ma deve andare in una caserma o in un carcere; l’aria è ridotta a due ore al giorno o addirittura, come succede nel carcere di Cuneo, a un’ora soltanto; durante i passeggi l’incontro è possibile solo tra un massimo di quattro prigionieri per volta; la censura impone il divieto totale di comunicazione con l’esterno, ad esclusione dei famigliari stretti, applicando sanzioni severe per chi agevola l’uscita di lettere; la possibilità di tenere oggetti nelle celle è di gran lunga inferiore ai regimi “normali”, sia per quanto riguarda i libri, ma anche per i beni minimi di tipo sanitario e di igiene personale; il cibo non può essere conservato in cella, né tantomeno cucinato. In generale, ci tiene a precisare la normativa di riferimento: “Saranno inoltre adottate tutte le necessarie misure di sicurezza, anche attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione, volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti e cuocere cibi”.

Lo stato che si dà queste carceri è lo stesso che ha scatenato e mantiene la pressione contro tutti coloro che insieme, quindi collaborando, quindi, secondo i criteri dello stato “associandosi”, non accettano di essere privati della propria libertà. Libertà ad esempio di dire no alle grandi opere, come la Tav in Val Susa e il Muos in Sicilia; libertà di non accettare condizioni di lavoro non lontane dall’antico schiavismo, come i lavoratori della logistica che si sono organizzati con picchetti e scioperi contro i padroni come l’Ikea; libertà di prendersi una casa per non pagare l’affitto a chi, come Aler a Milano, apre liste di attesa e lascia migliaia di appartamenti chiusi e inabitati; libertà di vivere l’università come un luogo di incontro di idee nei modi che ognuno e ognuna vuole scegliersi, utilizzando gli spazi che ci sono, mettendo in circolo proposte libertarie e che vengono dagli studenti stessi, secondo i loro bisogni e desideri; libertà di passare le frontiere senza essere richiusi nei lager che lo stato chiama CIE (centri di identificazione ed espulsione); libertà di trovarsi in strada, nelle piazze, negli spazi che ognuno vuole prendersi e autogestire. Per tutti coloro che vogliono essere liberi e insieme cercano i modi migliori per esserlo, lo stato prevede questo, il carcere e anche il carcere duro.

IL CARCERE DI OPERA

La casa di reclusione di Opera si trova a Sud di Milano. È stata costruita negli anni ’80, l’epoca dei “carceri d’oro”, anni in cui il finanziamento dedicato all’edilizia penitenziaria è stato ingente. È il carcere più grande d’Italia e uno dei più grandi d’Europa: la sua capienza regolamentare è di 888 uomini e 44 donne per un totale di 932 tra prigionieri e prigioniere; la capienza tollerabile è di 1515 uomini e 71 donne per un totale di 1586 tra prigionieri e prigioniere. Per far funzionare questa enorme struttura servono 800 tra guardie e personale civile.
Nel corso degli anni 2000 la sezione femminile è stata progressivamente ridotta, sino a chiuderla completamente, al fine di dedicare questo spazio, che conta un totale di 100 celle, al regime 41 bis. Tale operazione è costata 4.500.000 euro, investiti nella conversione delle celle normali a celle di isolamento e degli spazi per i processi, per i colloqui, per le visite mediche ambulatoriali e per i servizi, come l’ambulatorio e la matricola, oltre che ad un ulteriore muro di cinta.

Ogni reparto è strutturato in quattro piani, ogni piano a sua volta è suddiviso in tre sezioni A, B e C. Nel primo reparto ci sono quattro sezioni speciali, due al secondo piano e due al terzo piano. Sempre nel primo reparto, al primo piano, la sezione B viene usata come giudiziario. Nel 2° reparto ci sono prigionieri comuni, prigionieri a fine pena e una sezione a custodia attenuata. Nella sezione B al 4° piano vengono rinchiusi infami e delatori, mentre nella sezione A forze dell’ordine e violentatori. Nel secondo reparto al primo piano vi sono i prigionieri malati gravemente. Nella sezione A ci sono per lo più cardiopatici e nella sezione B prigionieri affetti da handicap.
All’esterno delle mura c’è una struttura fatta a cubo, che dovrebbe essere utilizzata come aula bunker, iniziata nel 1996, ma ancora oggi non è stata ultimata.

Il carcere di Opera ha uno dei più grandi centri clinici penitenziari in Italia, che, però, non viene pressoché utilizzato, poiché si preferisce la struttura dedicata, presente nell’ospedale San Paolo di Milano. Pur essendo predisposto proprio per la detenzione di prigionieri malati, questo carcere non è in grado di fornire le cure mediche che queste persone necessitano; solo in pochi possono essere ricoverati per interventi ospedalieri all’interno dell’ospedale, quindi rimangono in carcere o vi vengono rimandati molto presto. Le visite dei famigliari in ospedale sono consentite solo il sabato o la domenica mattina e i comunque bisogna prima recarsi al carcere per prenotare il colloquio. I malati sottoposti al regime di 41bis vengono curati al reparto di medicina V, nell’ospedale San Paolo. Tutti i farmaci, eccetto tranquillanti e poco altro, sono a carico del prigioniero o dei suoi familiari.

Opera manifesta tutti i problemi che caratterizzano le strutture penitenziarie degli anni ottanta, costruite per lo più con materiali e impiantistiche scadenti e con una progettazione mirata a garantire prioritariamente l’ordine e la sicurezza interni. Lavori di ristrutturazione abbastanza recenti hanno ridimensionato problemi come le infiltrazioni di umidità o lo scarso approvvigionamento d’acqua ai piani alti delle sezioni, ma è difficile limitare le difficoltà legate alla collocazione periferica e isolata rispetto alla città e alla struttura costruita sullo stile della massima sicurezza: architettura a blocchi estremamente rigida, lunghi corridoi, cortili e passeggi completamente cementati circondati da alte mura. Le celle misurano circa 4×2,5 m e ospitano di norma due prigionieri, anche se erano pensate per uno solo. Il vano bagno è ricavato in un angolo della cella senza porta, dotato di water, bidet e lavandino. Ogni cella ha una finestra centrale di circa 1 metro quadrato con grata. Le docce sono ubicate in un locale separato e accessibili tutto il giorno. I cortili per l’aria, uno per sezione, sono quadrati con pavimento in cemento, chiusi dalle mura. Vi sono poi alcuni spazi come il campo da calcio o i locali per la socialità o per le attività lavorative, che sono oggi molto poco utilizzati, dato che la maggior parte dei prigionieri è in isolamento o malata. Solo una decina sul totale dei prigionieri è impegnata in attività lavorative all’interno del carcere, poiché a chi viene riconosciuto il merito di poter lavorare, viene dedicata la struttura del carcere di Bollate. Ad Opera si viene richiusi per scontare pene lunghe, spesso in isolamento, secondo i dettami dell’Alta Sorveglianza o del 41bis.

 


 

CARCERE MINORILE BECCARIA

Il carcere a Milano per chi ha meno di 18 anni si chiama Cesare Beccaria e si trova vicino alla fermata della metropolitana di Bisceglie, nella periferia sud ovest della città. La struttura è composta da più edifici collegati tra loro: il carcere, il centro di prima accoglienza, l’ufficio servizi sociali per i minorenni ed il centro per la giustizia minorile. Si tratta dell’unico istituto dedicato ai minori di tutta la Lombardia. Il Beccaria venne costruito nel 1950 e, a quell’epoca, apparteneva alla “Associazione Beccaria”, la quale gestiva sia il riformatorio giudiziale sia la casa di rieducazione sia l’istituto di osservazione e di custodia preventiva. Nel 1973 l’istituto è passato in gestione al Ministero di Grazia e Giustizia.
Inizialmente il carcere era dotato solo di una sezione maschile, ma nel 1979 venne istituita anche quella femminile, decisamente più piccola, che però è stata chiusa nel gennaio del 2011. Negli ultimi anni la struttura ha accolto circa 1000 ingressi l’anno, con una media di 80/90 minori presenti ogni giorno. La permanenza in Istituto ha subito un netto aumento: sono sempre più prolungati i periodi di detenzione, soprattutto per i minori di determinate etnie. Sono infatti gli stranieri quelli che vi rimangono più a lungo, a causa della loro condizione economica e sociale meno favorevole, nonostante la media dimostri che i reati più gravi vengono commessi da minori italiani. Dal 2012 si osserva un aumento proporzionale della quantità di detenuti italiani, che ora costituiscono stabilmente il 35/40% della popolazione detenuta: su 49 ragazzi detenuti, gli stranieri erano 25, di varie nazionalità: rumeni, ecuadoregni, cinesi, albanesi e alcuni ragazzi rom.

Nel 2008 sono iniziati i lavori di ristrutturazione: avrebbero dovuto concludersi in tre anni, ma sono stati interrotti e ora fermi per problemi con la ditta appaltatrice. Tuttavia, l’inizio dei lavori ha comportato il trasferimento a Pontremoli di tutte le detenute, quindi ad oggi non esiste una sezione femminile, e di parte della sezione maschile: al momento i ragazzi sono al massimo 50. I trasferimenti hanno provocato non pochi disagi ai giovani prigionieri, poiché molti di loro provengono dall’area milanese. è stato scelto di trasferire prima gli stranieri perché per loro è più difficile stabilire quali legami hanno nella città, – anche se l’utenza straniera del Beccaria si è velocemente trasformata: non più prevalentemente minori stranieri senza genitori o legami parentali, ma sempre più giovani stranieri di seconda generazione, per cui il trasferimento verso altri istituti minorili è stato una violazione del diritto alla territorialità della pena. Prima dell’avvio dei lavori di ristrutturazione, i ragazzi all’interno dell’istituto Cesare Beccaria si dividevano in quattro sezioni detentive, in base alla durata della permanenza e all’avanzamento del percorso rieducativo: accoglienza, orientamento 1 e 2 e gruppo avanzato. Attualmente le due sezioni di orientamento sono state accorpate. Ad ogni sezione fanno riferimento in media 12/15 ragazzi. Ad esse si accede con una scala separata, che porta a un primo piano dove è situata la sala comune per il pasto e a un piano superiore in cui si trovano le camere detentive.

All’interno del carcere le celle hanno ampie finestre provviste di sbarre con un discreto passaggio di luce, un vano comprensivo di water e lavandino, la branda o le brande, un mobiletto con sgabello e la televisione. Non è possibile scegliere quando accendere e spegnere la luce, né tantomeno la televisione, ma per entrambe intervengono le guardie. Le docce sono 2 per sezione e si trovano in un locale separato. Le celle rimangono aperte durante la giornata, che è scandita dagli orari scolastici e dalle attività rieducative. C’è anche un locale con il calcetto, la televisione e la cabina telefonica, chiusa con una serratura e gestita anche questa dalle guardie. Ci sono un campo da calcio per le ore d’aria e una palestra, situata in una palazzina separata dal resto. La cucina è unica per tutti i reparti ed è gestita da una ditta esterna, che somministra i pasti direttamente in locali mensa dedicati. C’è un edificio per i corsi e le attività scolastiche e di formazione, che sono quotidiane e obbligatorie per tutti i ragazzi, e supportate da una biblioteca, nella quale sono disponibili anche alcuni video. L’infermeria è una stanza molto ampia e luminosa. Sullo stesso piano è presente lo studio dentistico e l’ufficio della Asl.

Le attività lavorative disponibili in istituto sono quelle dei laboratori di panetteria e di falegnameria. I ragazzi producono manufatti su accordi con enti locali o per il consumo interno; non è prevista al momento attività di vendita se non in occasioni straordinarie (feste o eventi interni o esterni). Gli altri laboratori (cucina, elettricità, informatica) hanno una valenza esclusivamente formativa.

Quanto al personale, nel marzo 2013 la direttrice e il comandante di polizia penitenziaria hanno entrambi lasciato l’istituto dopo un’ispezione ministeriale durata diverse settimane, da cui sarebbe emerso un difficile rapporto tra i due che avrebbe comportato pesanti difficoltà nella gestione dell’istituto. Gli educatori ministeriali in servizio sono 6 e sono affiancati da un educatore del Comune di Milano e da 2 educatori finanziati con risorse esterne. Gli agenti di polizia penitenziaria effettivamente in servizio sono 54. L’istituto conta anche sull’attività di 11 insegnanti del CTP per i percorsi dell’obbligo scolastico (per i ragazzi che frequentano corsi superiori l’attività scolastica è garantita da insegnanti volontari).

UNO SGUARDO ALL’ITALIA

Oltre all’Istituto di reclusione Cesare Beccaria, c’è il CPA, centro di prima accoglienza, dove vengono imprigionati i giovani in stato di arresto, fermo o accompagnamento fino all’udienza di convalida che deve aver luogo entro 96 ore. In questi centri – che in Italia sono 27 in totale – si registra, come per il carcere, lo stesso incremento di ragazzi italiani, rispetto agli stranieri, anche se con sorte differente: se gli italiani vengono arrestati in carcere o agli arresti domiciliari, gli stranieri sono invece più spesso denunciati a piede libero. Questo dato va di pari passo il contenimento degli ingressi in carcere attuato tramite il potenziamento delle comunità, sia ministeriali sia private. Una particolarità della prigionia dei minori è l’Istituto di messa alla prova, che ha un regime detentivo meno severo del carcere e, soprattutto, concede al termine l’estinzione totale del reato. Anche in questo caso, così come per le comunità, l’accesso degli stranieri è più complicato: nel 2011 gli stranieri in questi istituti erano solo il 17%. A mano a mano che ci si addentra nel sistema di privazione della libertà, la selettività a danno dei minori stranieri è sempre più forte, anche se ultimamente la media di presenze negli istituti penitenziari oscilla tra prevalenza di italiani e lieve prevalenza di stranieri. Questa osservazione non vale per le ragazze, che invece sono all’80% straniere. Ad esempio, nel Beccaria di Milano, prima che venisse chiusa la sezione femminile, venivano rinchiuse principalmente ragazze rom e slave con figli piccoli.

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